
Parola della Domenica

1 Novembre 2026 -
Solennità di Tutti i Santi
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Beati voi...
Quest’anno la trentunesima domenica del Tempo ordinario coincide con la Solennità di Tutti i Santi. Il passo evangelico che la Chiesa ci consegna per questa festa è forse uno tra i più conosciuti del Vangelo secondo Matteo: le beatitudini. Davanti a questa Parola rimaniamo sempre stupiti. È un brano concretissimo, che tocca da vicino la nostra realtà quotidiana. L’invito è quello di far risuonare le parole di Gesù nel contesto in cui le pronuncia, ma anche farle risuonare nelle nostre vite lasciandoci accompagnare nello spazio che la sapienza liturgica ci offre in questa festa.
Per comprendere queste parole, dobbiamo anzitutto fissare lo sguardo sulla scena descritta dall'evangelista Matteo: «Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro».
Matteo costruisce questa cornice narrativa con un'accuratezza teologica straordinaria. Il monte richiama immediatamente il Sinai, il luogo della prima Alleanza, dove Mosè salì per ricevere la Legge. Gesù in questo brano risale la montagna non per pregare in disparte, come farà in altri passi, ma per aprirsi alle folle. E lì, si siede: è la postura del maestro, ma è anche un modo molto concreto per creare vicinanza. Per ascoltare qualcuno che è seduto, devo avvicinarmi ed orientarmi verso la persona che parla. Gesù quindi con questo gesto raduna, in qualche modo, attorno a sé. E Matteo aggiunge un dettaglio apparentemente semplice, ma carico di significato: «prese la parola», letteralmente «aprendo la sua bocca»: è la Parola stessa che si fa voce, respiro e volto. Ma ancora più interessante è capire a chi si rivolge questa voce. Alle folle stanche, ai discepoli impauriti, agli uomini e alle donne di ogni tempo che cercano una speranza che non li deluda. La santità, che oggi celebriamo, non nasce dall’impegno o dalla virtù di questi uomini, ma dall'ascolto dell’uomo Gesù, delle parole che escono dalla sua bocca per annunciare la felicità che viene da Dio.
Entriamo allora nel testo. Gesù esordisce con una parola che è insieme una promessa e una rivoluzione: «Beati, felici» (Makarioi). Non si tratta di un semplice augurio consolatorio per un futuro in paradiso, né di un invito alla rassegnazione davanti alle difficoltà della vita. È un'affermazione al presente: la beatitudine è già in atto, perché il Regno dei cieli si è fatto vicino nella persona di Gesù.
La prima beatitudine è la pietra d'angolo di tutto il discorso. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 3). Chi sono i poveri in spirito? Non semplicemente coloro che mancano di beni materiali, ma i piccoli del Signore: coloro che hanno il cuore sgombro da ogni pretesa di autosufficienza. Il povero in spirito è colui che sa di non bastare a sé stesso, è colui che non si presenta davanti a Dio con il resoconto dei propri meriti, ma con le mani vuote e aperte. La povertà di spirito è la condizione essenziale per accogliere la grazia: laddove l'uomo si svuota del proprio io ingombrante, lì Dio trova spazio. Pensiamo a san Francesco e a tutti quei santi che sono stati soprattutto dei ‘mendicanti’ di Dio, uomini e donne che hanno scoperto che la vera ricchezza consiste nel dipendere interamente dal Suo amore.
La seconda beatitudine può apparirci come altrettanto sconvolgente «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (v. 4). Spesso davanti al male, alla sofferenza, l’uomo fugge il dolore, lo nasconde, lo anestetizza. Gesù, invece, qui proclama beato chi sa piangere. Non si tratta dell'autocommiserazione sterile, ma delle lacrime che nascono dalla compassione, dall'empatia per la sofferenza altrui, e dal dolore per il male che ferisce la creazione e il cuore di Dio. I padri della Chiesa antica invocavano il dono delle lacrime. Il pianto rompe lo scudo dell’indifferenza. A queste lacrime Dio risponde non con spiegazioni astratte (noi spesso cerchiamo le “ragioni” del dolore), ma con la Sua presenza consolatrice. Chi ha il coraggio di attraversare il pianto sperimenta la carezza di un Dio che si fa vicino.
La terza beatitudine «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (v. 5), potrebbe a sua volta stupirci. La mitezza è forse la virtù più inattuale nella nostra società improntata alla sopraffazione e alla competitività sfrenata. Il mite di cui parla Gesù però, non è il debole o il pavido, ma colui che possiede una forza dominata dall'amore. È la forza di Gesù che entra a Gerusalemme non su un cavallo da guerra, ma su un puledro d'asina; è la forza di chi rifiuta di rispondere al male con il male. I miti "ereditano la terra" perché non la conquistano con le armi o con la violenza verbale, ma la ricevono come dono da custodire, divenendo responsabili della riconciliazione coi fratelli. Al centro della struttura delle beatitudini troviamo poi quelle che sono le dinamiche spirituali che trasformano le relazioni umane e l'orientamento profondo di noi stessi. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (v. 6). Nel linguaggio biblico, la "giustizia" non si riduce al rispetto delle leggi o alla distribuzione equa dei beni. La giustizia è il desiderio ardente che il disegno d'amore del Padre si realizzi sulla terra. Interessante poi che Gesù usa qui le immagini della fame e della sete: bisogni viscerali, quotidiani. È la passione per la verità e per la dignità di ogni uomo, una fame e una sete che solo Dio può saziare in pienezza. Il testo prosegue «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (v. 7). La misericordia richiama le viscere materne, un amore che si commuove e si piega sulle ferite dell'altro. In un mondo che spesso giudica in fretta e fa molto presto ad emanare sentenze sull’altro, il discepolo è chiamato ad avere lo sguardo del Padre, che fa risplendere il suo sole sui cattivi e sui buoni. Chi esercita la misericordia non compie semplicemente un atto di generosità: si sintonizza con il cuore stesso di Dio. Trovare misericordia è l’esperienza che fa colui che ha permesso alla misericordia ricevuta di scorrere verso i fratelli. Le beatitudini riguardano allora anche il nostro modo di guardare le cose e le persone, tutto quello che viviamo. Per questo Gesù può dire: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (v. 8). La purezza del cuore è la semplicità di un cuore non diviso, libero da ipocrisie e doppi fini. Solo chi ha uno sguardo purificato dall'amore diventa capace di scorgere la presenza di Dio nella storia, nel volto del fratello, nella bellezza del creato. Ma tutto questo dal cuore deve passare alle nostre mani: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (v. 9). Gesù non dice "beati i pacifici" o coloro che amano la tranquillità, ma gli operatori, gli artigiani, di pace. La pace biblica non è la semplice assenza di conflitto, ma la pienezza della vita, della giustizia e dell'armonia riconciliata. Costruire la pace richiede fatica, pazienza, il coraggio di abbattere i muri e di gettare ponti laddove l'odio ha scavato trincee. Coloro che si dedicano a questa opera, proprio perché questo è ciò che fa anche Padre, «saranno chiamati figli di Dio». L'ultima beatitudine chiude la prima grande sezione del Discorso della Montagna riportandoci alla stessa promessa iniziale: «di essi è il regno dei cieli». «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 10).
Questa beatitudine risuona nella festa di oggi in modo particolare. I santi di ogni epoca, dai martiri dei primi secoli ai testimoni silenziosi dei nostri giorni, hanno sperimentato la persecuzione, il rifiuto, l'incomprensione. Ma Gesù assicura che la sofferenza patita per causa sua non è una sconfitta: è il segno distintivo dell'appartenenza al Suo Regno. Infatti, il testo compie uno scarto improvviso, passando dalla terza persona ("Beati coloro...") alla seconda persona, rivolgendosi direttamente agli ascoltatori: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (vv. 11-12). Gesù ci pone davanti ad una logica nuova: di fronte alla prova, il cristiano non risponde con il vittimismo, ma con una gioia paradossale («Rallegratevi ed esultate»). È la gioia di chi sa di condividere la stessa sorte dei profeti e del Maestro stesso, la certezza che nessuna parola cattiva, nessuna violenza, potrà mai strappare la nostra vita dalle mani di Dio.
I santi che oggi contempliamo non sono lontani dalla nostra realtà. Sono uomini e donne che hanno vissuto questo modo di essere felici, beati. Le Beatitudini sono il ritratto di Gesù stesso. Egli è il vero Povero, il Mite, l'Afflitto, l'Assetato di Giustizia, il Misericordioso, il Puro di cuore, l'Artigiano di pace, il Perseguitato. Guardare ai santi significa scoprire che questo ritratto può imprimersi nella nostra vita quotidiana.
La sapienza della Chiesa, intrecciando questa festa con il Tempo Ordinario, ci ricorda una verità consolante: la santità non è una meta riservata a pochi fratelli privilegiati, ma la vocazione battesimale di ciascuno di noi. Si incarna nelle decisioni apparentemente insignificanti di ogni giorno, nelle famiglie che perdonano, nei lavoratori che coltivano l'onestà, nei giovani che custodiscono la speranza, negli anziani che offrono la propria preghiera. Lasciamo allora che queste parole di Gesù risuonino oggi non come un ricordo nostalgico o un'utopia inarrivabile, ma come una strada tutta da percorrere.