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Parola della Domenica

 

26 Domenica del tempo ordinario / B

 

 

Dal Vangelo secondo Marco (9,38-48)

 

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”.

 

 

Membra di Cristo

 

La parola che il Signore Gesù pronuncia in questa domenica è paradossale: Gesù sembra esageratamente “tenero” verso chi non appartiene alla cerchia dei suoi (Mc 9,39-40) ed esageratamente “duro” verso chi fa parte della sua comunità di discepoli (Mc 9,42-48).

Ma le parole di Gesù si pongono in continuità con l’episodio evangelico che precede quello odierno: là dove i discepoli vanno interrogandosi su “chi fosse più grande” (Mc 9,34), Gesù sovverte i loro criteri di grandezza ponendo un bambino al centro della cerchia dei discepoli e proclamando che la vera grandezza consiste nell’essere “ultimo di tutti e servitore di tutti” (Mc 9,35).

Gesù ha altre unità di misura per valutare chi è grande e chi è piccolo, chi è primo e chi è ultimo. Allo stesso modo oggi, Gesù mostra di avere altre unità di misura per riconoscere chi sia fuori o dentro la comunità dei suoi discepoli. Ancora una volta Gesù rovescia la prospettiva di chi lo interroga, offrendo un orizzonte diverso da cui guardare la realtà.

Tutto inizia da una affermazione di Giovanni, il più giovane dei discepoli di Gesù e, forse, il più “istintivo” e intransigente: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Giovanni è “infastidito” da un tale esterno al loro gruppo che opera guarigioni nel nome di Gesù, “scacciando demoni”. Il motivo per cui lui e gli altri discepoli volevano fermarlo consiste nel fatto che quest’uomo non era uno di loro, non viveva come loro una relazione diretta con Gesù (“non ci seguiva”: “seguire” ha a che fare con la condotta di vita). Interessante che la motivazione non riguarda il bene o il male che fa questo tale, ma è legata a loro stessi: “non ci seguiva”. I discepoli valutano le cose a partire da se stessi e non da Gesù (non dicono: “perché non ti seguiva”)! In questo modo Giovanni disegna un confine netto fra chi è “con noi” (chi è dentro) e gli altri (chi è fuori).

Ma Gesù offre una prospettiva diversa per valutare chi è dentro e chi è fuori la comunità dei discepoli. Infatti Gesù risponde a Giovanni in due momenti: da una parte proclama che ci può essere qualcuno che sembra “fuori” ma che invece è “con noi” (vv. 39-40); e dall’altra mette in guardia sul fatto che ci può essere qualcuno che sembra “dentro” ma in realtà è “separato” dalla comunità (vv. 42-48).

Cerchiamo di “entrare” nello sguardo di Gesù per imparare a riconoscere in chi è “fuori” un fratello che è “per noi” e scoprire che in chi è “dentro” può nascondersi uno che può “scandalizzare”, cioè far cadere i piccoli e, in questo modo, è elemento di separazione da corpo di Cristo che è la comunità dei fratelli.

“Chi non è contro di noi è per noi”

Prima di tutto notiamo che Gesù non distingue “chi non è con noi” da “chi è con noi”. E’ Lui, il Dio-con-noi, ad essere con gli uomini (cfr. Mt 28,20). Perciò la comunità dei fratelli non si costituisce a partire dal nostro essere con Lui, ma dal Suo essere con noi! Gesù, poi, proclama che fa parte della comunità dei suoi discepoli chi “non è contro di noi”, poiché chi non agisce contro di noi è “per noi”. Criterio che allarga a dismisura i confini della Chiesa, riconoscendo come fratelli tutti coloro che, con la loro vita, non si pongono contro quel “noi” che è la comunione di Cristo con i suoi discepoli, cioè coloro che, anche senza saperlo, vivono gesti di umanità che rendono presente il Cristo che offre la Sua vita: “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa” (ma anche Mt 25,37-39). Chi non agisce in opposizione alla logica del Vangelo, che è il dare la vita nell’amore, è “per noi”, cioè edifica il corpo di Cristo che è la Chiesa. Notiamo che per Gesù basta “non essere contro” per “essere per”. Basta non porsi in contrapposizione, per essere trasparenza del modo di vivere le relazioni di Gesù stesso, Lui che è venuto nel mondo per dare la vita: “Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti” (Mc 14,24). E’ Gesù l’uomo che vive per gli altri. E’ Lui che sarà sempre per noi: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! (Rm 8,31-34).

Quindi ovunque possiamo trovare qualcuno che, a sua insaputa, è “per noi”, cioè vive “per i fratelli”, come Gesù. Verso costoro Gesù mostra una straordinaria larghezza e “tenerezza”.

Il vero problema non è “fuori” dalla comunità, ma è “dentro” quel corpo di Cristo che è la Chiesa: ci può essere infatti qualcuno che “scandalizza i piccoli che credono” in Gesù. Si tratta di qualche fratello che diventa causa di inciampo e caduta per chi ha una fede fragile, appena nata (“piccolo nella fede”). Costui, pur essendo membro del corpo di Cristo, non agisce secondo la logica di quel corpo (cfr. 1Cor 12 e Ef 4,11-16).

C’è chi ha la vocazione di essere “mano”, ma che non agisce secondo le opere di Cristo (è “mano” che non accoglie, non tocca l’altro per guarirlo, non lo risolleva, non lo raggiunge nella sua debolezza). Questa “mano” è motivo di scandalo, fa inciampare, impedisce la crescita armonica del corpo di Cristo. Inoltre, per il fatto di non agire come Cristo ha agito, questa mano è come se non appartenesse più al corpo di Cristo, è già separata da esso (per questo l’ingiunzione di Gesù – “tagliala!” – mette semplicemente in luce una realtà che è già tale: quella mano è già “tagliata” dal corpo). C’è chi ha la vocazione ad essere “piede”, ma non percorre la via del dono di sé, non va verso la propria pasqua, verso Gerusalemme. E’ un “piede” paralizzato sulle proprie posizioni, che non si muove mai verso l’altro. Questo “piede” ha smesso di appartenere al corpo di Cristo e quindi si è già avviato “verso la Geenna”, cioè verso il luogo dove veniva gettato ciò che non serviva più a nulla. C’è chi ha la vocazione ad essere “occhio”, ma ha smesso di vedere, è irrimediabilmente chiuso sull’esistenza e sui bisogni dell’altro. Questo “occhio”, non svolgendo più la funzione di luce per il corpo, è come se già non ne facesse più parte.

Ora Gesù non si sta solo riferendo a quelle membra della Chiesa che possono essere altri fratelli, ma anche a quelle parti di ciascuno di noi, che non agiscono più secondo lo stile di Gesù, che sono ostacolo alla crescita del Cristo in noi.

La durezza di Gesù verso queste membra viene dall’amore, dalla preoccupazione verso questi fratelli che si sono allontanati dalla propria “verità”. La minaccia di Gesù è una parola che non vuole perdere definitivamente il fratello che si sta separando da Lui: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti” (Ap 3,19).

Ma soprattutto ascoltiamo Paolo che ci descrive la cura amorosa di Dio che si spinge fino alla “minaccia” per impedire ai sui figli di allontanarsi dalla Vita, dalla comunione con il corpo di Cristo, che è la comunità dei fratelli: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb 12,5-13).

Il Padre non vuole perdere nessuno dei suoi figli! Neppure noi…

 

 

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