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Lectio
della
Domenica

 

 

5 Luglio 2020

 

 

 

14 Domenica

del Tempo Ordinario

 

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

 

 

In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

 

 

Tu sei riposo

 

“In quel tempo (favorevole), rispondendo Gesù disse…”
Quale Parola di speranza ci raggiunge in questa domenica!
Solo Gesù può “rispondere” con questa bella preghiera di lode alla situazione non facile che sta vivendo; il testo del vangelo infatti si apre presentando le parole di Gesù come una “risposta” agli avvenimenti che l’evangelista Matteo riporta immediatamente prima (Mt 11): letteralmente “rispondendo Gesù disse”.
E solo Gesù (e “colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” Mt 11,27) può cogliere quel tempo di crisi come un “tempo favorevole”, un kairos, come afferma il vangelo di oggi: “in quel tempo” (“in quel momento propizio, in quel kairos).
A cosa sta “rispondendo” Gesù? Perché si tratta di un “tempo favorevole”?
Ci troviamo in un punto del vangelo di Matteo nel quale Gesù si confronta con il rifiuto delle città a Lui più vicine (“guai a te Corazin, Betsaida, Cafarnao…” Mt 11,21.23), con l’incomprensione di Giovanni Battista (“sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” Mt 11,3), con la mancata accoglienza di Gesù come “sapienza” di Dio che opera nella storia (cfr. Mt 11,19). Di fronte a questo non riconoscimento e rifiuto da parte di qualcuno… Gesù ringrazia il Padre, lo “riconosce” (come proclama letteralmente il testo). È come se le tinte scure del fallimento evidenziassero la luce del Padre che continua a rivelare il suo amore attraverso il volto del Figlio. Sì, lo sguardo di Gesù coglie che proprio questo momento così oscuro è il “tempo favorevole” perché si riveli pienamente il Padre che agisce nella storia degli uomini. Con le sue parole Gesù eleva infatti al Padre una bellissima preghiera di lode perché “Dio ha deciso nella sua benevolenza” di rivelarsi “ai piccoli”.
Forse è questo il motivo per cui questo brano è spesso considerato dagli esegeti un “bolide giovanneo” piombato nel mezzo del vangelo di Matteo. È l’evangelo di Giovanni infatti che ama evidenziare la rivelazione della luce di Dio a contrasto delle tenebre del mondo (si consideri ad esempio il prologo Gv 1,1-18). Anche nel brano di oggi la rivelazione di Dio e la conoscenza del Padre che il Figlio è venuto a portare contrasta con il rifiuto opposto da “sapienti e dotti” che con la loro “sapienza e intelligenza non hanno conosciuto Dio” (cfr. 1Cor 1-2). Tuttavia l’accento del vangelo odierno non è tanto posto su Dio che “nasconde” il suo mistero a qualcuno, ma su Dio che si rivela: “veniva nel mondo la luce vera… ma il mondo non l’ha riconosciuto. Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito… Lui lo ha rivelato” (Gv 1,9.10.18); “a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).
Ed è proprio questa rivelazione del Padre che continua “nonostante” (anzi, potremmo dire “proprio in mezzo”) il rifiuto e l’indurimento di qualcuno, l’oggetto della lode del Figlio.
Gesù ci mostra prima di tutto quale sguardo avere sulla storia: il Suo sguardo, quello che gli fa leggere la realtà del rifiuto come una “opportunità” per scoprire che il Padre continua a rivelare il Suo mistero e il Suo amore proprio “dentro” la contraddizione della non accoglienza riservata al Figlio.

 

“…hai rivelato queste cose ai piccoli”
 Sì, Dio si mostra attraverso il volto “mite e umile” del “più piccolo del Regno dei cieli” (Mt 11,11), cioè di Gesù; e questa rivelazione è riservata ai “piccoli”, ai semplici, a chi non ha diritto di parola. Questo è lo stile di Dio da sempre: basta gettare uno sguardo alla storia della salvezza che Dio ha condotto scegliendo la piccolezza di uomini semplici… e ora ha scelto di rivelarsi attraverso la carne umana del Figlio! Questo “stile” di Dio è quella “sapienza” di cui parla S. Paolo affermando che “è rimasta nascosta” ma “che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Infatti “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,né mai entrarono in cuore di uomo,Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1Cor 2,7.9).
E Gesù loda, “riconosce” il Padre proprio per aver scelto di rivelare “queste cose ai piccoli”. “Queste cose” sono le “opere del Cristo” (Mt 11,2.19, cioè il Figlio all’opera nella storia degli uomini.
Nel vangelo di Matteo “i piccoli”sono quei discepoli (cfr. Mt 10,42; Mt 18) che Gesù indica come modello di accoglienza. I “piccoli” sono coloro che, trovandosi nella condizione del bisogno perché sprovvisti di strumenti intellettuali e perfino della capacità di parlare, si affidano con fiducia smisurata ad un altro/Altro che provveda loro. Di questi “piccoli” Gesù è il primo (“il più piccolo nel Regno dei cieli” Mt 11,11), come vedremo più tardi al Getsemani, nel suo abbandono fiducioso alla volontà del Padre, una volontà di bene (“benevolenza”) non semplice da riconoscere e accettare, ma accolta proprio in forza della conoscenza/amore del Padre che Gesù ha: “Padre mio, …si compia la tua volontà” (Mt 26, 39.42).

 

“Venite a me… Prendete il mio giogo”
Ora, la rivelazione del Padre che continua ad operare nella storia dei nostri giorni passa anche per noi attraverso il Figlio. Per questo il brano odierno del vangelo si chiude con Gesù che ci attira a sé per rivelarci il Padre, la “sapienza” del Suo amore, l’unico capace di dare pace e riposo al nostro cuore inquieto e stanco: “venite a me…”.
Ma il “riposo” che il Figlio offre è molto particolare: è un riposo che si trova facendo la fatica di prendere su di sé un peso, il “suo giogo” e il “suo peso”. A chi è stanco e gravato da un peso (quello di una Legge fatta da prescrizioni insopportabili, oppure i pesi della vita o quelli che dobbiamo portare quando ci troviamo a vivere situazioni non facilmente risolvibili o in ristrettezze vincolanti…) Gesù offre un altro peso! Strana forma di offerta di riposo!
Tutto sta nel comprendere cosa intenda Gesù nel porgere “il mio giogo”.
Siamo spesso catturati dalla parola “giogo” (che ci spaventa!). Questo termine prende evidentemente spunto dall’ambito contadino per arrivare ad indicare nel mondo ebraico il “giogo della Legge” alla quale il pio israelita accettava di sottostare, di sottomettere il collo (cfr. Ger 2,20; 5,5; Os 10,11). Ma qui Gesù sta parlando del “suo giogo”: “Prendete il mio giogo… Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.Quell’aggettivo possessivo che qualifica il giogo ci costringe a cercare più in profondità a cosa faccia riferimento Gesù.
Senza pensare immediatamente al “giogo” della croce di cui Gesù si caricherà, ci chiediamo a cosa si riferisca Gesù, tenendo il suo mistero pasquale come chiave di lettura. Se cerchiamo nel contesto della Pasqua, vediamo che Gesù offre qualcos’altro di “suo” ai suoi discepoli: durante la cena, Gesù invita i suoi a “prendere” la “sua” vita, ad assumerla non solo su di sé, ma dentro di sé: “prendete… mangiate il mio corpo” (Mt 26,26). Oppure nella cena giovannea, Gesù offre ai suoi il “suo” modo di amare: “questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12).
Il mio giogo” di cui parla Gesù oggi, quindi, è il “peso” dell’amore, è la chiamata a prendere su di sé la logica del suo amore che è quella di dare il “corpo”, cioè tutta la vita.

 

“Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”
Quel giogo che Gesù ci offre è il “suo” ed è “dolce e leggero”.
E si tratta di un “giogo” tanto più “dolce” e “leggero”, tanto più resteremo IN Lui, che l’ha portato per primo e lo porta con noi e in noi. Tra l’altro l’immagine del giogo rende anche plasticamente questa esperienza in quanto il giogo è sempre portato da due buoi.
Tuttavia quello che Gesù ci offre rimane un “giogo”. Si tratta di prendere su di noi, di assumere ciò che ci “costringe” ad imparare ad amare come Lui. Come il giogo dirige forzatamente il percorso dei buoi che lo portano tanto da non farli deviare dal solco che stanno arando, allo stesso modo il giogo di Gesù ci “costringe” a rimanere sotto il peso di quelle situazioni della vita che ci possono insegnare l’amore più grande, il Suo amore. Proprio quegli eventi della vita che ci appaiono pesanti e stringenti, se accolti e portati IN Lui, sono l’occasione per lasciar emergere Lui che ama IN noi: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

 

“imparate da me, che sono mite e umile di cuore”
Ora, l’accoglienza del giogo di Gesù è possibile solo se ci mettiamo alla scuola della sua mitezza e umiltà. La mitezza infatti è la forza di chi pone un limite al proprio desiderio di sopraffare o mettersi in competizione con l’altro, orientando le sue energie verso la vita del fratello. E l’umiltà è l’accoglienza serena della propria verità, è l’accettazione della “terra” della realtà propria ed altrui con uno sguardo pacificato sui doni e sui limiti che ci è dato di scoprire in noi e negli altri.
Ci possiamo chiedere se “mitezza” e “umiltà” si possano imparare: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.
Nel vangelo di oggi Gesù ci dice che mitezza e umiltà si possono imparare e si apprendono da Lui (questo è uno dei pochi detti di Gesù in cui egli si pone come modello da seguire, come un maestro da cui imparare…). Come?
Accogliendo il suo invito alla sequela (“venite a me”) e a vivere ogni situazione della vita portando il peso d’amore che quella situazione chiede. E scopriremo che assumendo la realtà così, c’è una pace che ci attende in tutte le cose, la Sua pace: “abbiate pace in me” (Gv 17,33). C’è un “riposo” nella fatica quotidiana del vivere e dell’amare: “solo in Dio riposa l’anima mia (Sal 62,2.6).

 

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